Ultima modifica: 18 Marzo 2019

Incontro con Roberto Riccardi ed il suo “Sono stato un numero”

18 marzo 2019 – Incontro con l’Autore: il Generale di Brigata Roberto Riccardi parla del suo “Sono stato un numero. Alberto Sed racconta” – Percorsi di Educazione alla Legalità 2018-2019

locandina incontro con Roberto Riccardi - Sono stato un numero

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Percorsi di educazione alla Legalità

Incontro con il Generale Roberto Riccardi



Roberto Riccardi è Generale di Brigata dei Carabinieri, dirige l’ufficio stampa del Comando generale carabinieri ed è un noto scrittore di romanzi noir e storici sulla Shoah. A questo proposito si ricordano, appunto, Sono stato un numero- Alberto Sed racconta (Giuntina, 2009; premio Acqui Storia), La foto sulla spiaggia (Giuntina, 2012), La farfalla impazzita (insieme a Giulia Spizzichino, Giuntina, 2013).


Alberto Sed nasce il 7 dicembre 1928 a Roma. E’ figlio di Pacifico Sed, venditore ambulante, e di Enrica Calò. Ha tre sorelle: Angelica (nata nel 1927), Fatina (nata nel 1931) ed Emma (nata nel 1935).
Con l’introduzione delle leggi razziali fasciste nel 1938, a 10 anni Alberto, di religione ebraica, fa esperienza sulla propria pelle delle misure discriminatorie che colpiscono tutti gli ebrei italiani, e viene espulso dalla scuola. Dirà, in seguito (come leggiamo nel libro del Generale Riccardi): «Non ero più un bambino, ero diventato un ebreo.»
Le discriminazioni aumentarono le difficoltà economiche della famiglia, già precarie a causa della morte del padre. L’8 settembre 1943 Roma fu occupata dalla truppe tedesche, e la famiglia (che abitava in via S. Angelo in Pescheria, a pochi passi dal Portico d’Ottavia) riesce fortuitamente a sfuggire al rastrellamento del ghetto di Roma il 16 ottobre 1943, allontanandosi dalla zona e nascondendosi in un magazzino. Vengono, però, presumibilmente denunciati, ed il 21 marzo 1944 prelevati dalla polizia fascista, assieme ad altri familiari, condotti nel carcere di Roma e successivamente instradati al Campo di transito di Fossoli. Alberto viene portato all’orto botanico e picchiato dai tedeschi che volevano sapere dove si nascondessero i parenti di sua madre, che lui aveva visto solo poche volte.
Il 16 maggio 1944 parte il trasporto che li condurrà ad Auschwitz (e sarà il medesimo sul quale viaggeranno i coetanei Nedo Fiano e Piero Terracina, anch’essi sopravvissuti alla prigionia).
A bordo ci sono Alberto, la madre, le tre sorelline, Angelica, Fatina ed Emma.
La mamma e la sorella minore Emma vengono subito uccise nelle camere a gas. Alberto è immatricolato con il n. A-5491 ed inviato al blocco 29. Anche le sorelle Angelica e Fatina superano la selezione ed entrano nel campo.
Durante la prigionia lavora sulla Rampa. Alberto racconta che c’erano tre “kommandi”: uno puliva i treni, uno prendeva le valigie e uno divideva gli uomini e le donne e selezionava chi dovesse morire e chi sarebbe stato avviato al lavoro nel campo. Le persone deboli venivano mandate direttamente ai forni crematori.
Alberto lavora anche nei forni crematori, e conserva l’atroce immagine delle SS che costringevano con le armi i prigionieri ebrei a lanciare in aria i bambini più piccoli appena arrivati con i convogli, prendevano la mira e sparavano loro in volo. Racconta Alberto: «Amo immensamente i bambini, ma non sono più riuscito a prenderne uno in braccio. Se solo accenno al gesto, mi assale la paura che qualcuno mi gridi di lanciarlo».
Viene mandato via da Auschwitz, trascorre sei mesi nelle miniere di carbone (a 16 anni), ma non vuole lavorarci, quindi inizia a fare incontri di box per i tedeschi.
Dopo più di dieci mesi di prigionia, Alberto Sed viene liberato nell’aprile 1945 dagli americani.
Appena le circostanze e le forze glielo consentono, intraprende il viaggio di ritorno.
A Roma ritrova la sorella Fatina, come lui sopravvissuta ad Auschwitz, sottoposta nel lager agli esperimenti del dottor Josef Mengele, ed apprende della morte della sorella Angelica avvenuta nel dicembre 1944.
Per anni Alberto Sed non ha voluto raccontare la sua esperienza, nemmeno alla moglie Renata. Dopo l’intervista con Roberto Riccardi, Alberto ha iniziato anche ad andare nelle scuole e interagire con gli studenti, diventando uno dei testimoni chiave della Shoà; la sua storia è rilevante per ricostruire l’esperienza dei bambini italiani deportati ad Auschwitz.
Roberto Riccardi, in una intervista rilasciata ad una rivista on line, ha detto che «la vicenda umana di Sed ci interroga con forza sul ruolo della coscienza. L’orrore della Shoà è una prova che numerose persone affrontano con coraggio. Il libro ne parla diffusamente. Fra questi piccoli eroi, le suore di un Istituto di Trastevere, che salvano i bambini dell’orfanotrofio ebraico ‘Pitigliani’ dalle SS, nascondendoli.»
E, soprattutto, si chiede (e ci chiede): «Un’altra questione mi sembra più complessa: dov’era l’uomo? Dove il suo cuore, la sua coscienza? Provo a immaginare una lettera scritta da una SS alla fidanzata, da un lager. Cosa raccontava delle sue giornate, del suo lavoro? Con quale cuore poteva scrivere: ti voglio bene, mi manchi, quando dalla sveglia al tramonto non faceva che distruggere l’esistenza di altri, i loro sentimenti, qualunque traccia di umanità?»

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incontro_con_Generale_Roberto_Riccardi


SPUNTI PER LA RIFLESSIONE:

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Roberto Riccardi - Sono stato un numero



Percorsi di Educazione alla Legalità 2018-2019


Referente d’Istituto per Educazione alla Legalità, Prevenzione e Contrasto al Bullismo: prof. Maria Pina D’ANDREA

Selezione materiali e pagina a cura della prof. Vittoria NICOLO’

I materiali potranno essere utilizzati anche nella preparazione al colloquio del nuovo Esame di Stato nell’ambito della tematica “Cittadinanza e costituzione”.








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